Diagnosi di osteoporosi e assunzione regolare e protratta di calcio: un binomio che la persona comune non si sognerebbe mai di mettere in dubbio tanto appare ovvio che, se l’osso notoriamente fatto di calcio si rivela indebolito, la terapia più coerente è quella di inondarlo del principale minerale costitutivo, il calcio appunto.

Ma la realtà è sempre più complessa o quantomeno più articolata di quello che sembra e va ricordato che in fisiologia umana è veramente rara la formula semplicistica del “più ce n’è e meglio è!”.

Innanzitutto se è vero che le ossa sono fatte in larga misura di calcio, non va assolutamente dimenticato né sottovalutato che fosforo e magnesio, ma anche zinco, rame e molibdeno sono minerali fondamentali per avere ossa e denti sani. Il magnesio e il fosforo peraltro sono elementi fondamentali per la corretta utilizzazione del calcio da parte del corpo.

Va ricordato inoltre che la struttura scheletrica è in continuo rimaneggiamento e in ogni momento viene depositata e rimossa sostanza ossea in un equilibrio dinamico finemente regolato da segnali interni come lo stimolo meccanico, il giusto apporto di proteine, il corretto bilanciamento dei minerali costituenti e, assolutamente fondamentale, il controllo dell’infiammazione cosidetta “low grade”. Questo tipo di infiammazione sistemica e silente infatti, esercita una significativa cronica influenza sul turnover dell’osso inducendone una perdita considerevole. Come dimostrano chiaramente alcuni studi ormai da qualche anno, l’infiammazione cronica e silente, condizione molto diffusa nella nostra società, eccita l’attività degli osteoclasti (cellule che “rosicchiano” l’osso), inducendo nell’osso una perdita superiore alla rideposizione di sostanze struttuali. Osteoporosis, Inflammation and Ageing – Ginaldi, Di Benedetto, De Martinis – Immunity and Aging nov 2005.

A questo va aggiunto che, orma da qualche tempo, il fisiologico calo di densità ossea che si determina naturalmente con l’avanzare dell’età viene classificato come una condizione patologica da trattare farmacologicamente e questo, aggiunto ad una discutibile taratura degli strumenti di diagnosi, crea un target sempre più numeroso di “malati”, per lo più donne, da trattare con terapie solitamente a vita.

La MOC infatti valuta la durezza dell’osso della persona analizzata in base a due parametri che sono rispettivamente il T score e lo Z score. Il primo si riferisce alla differenza riscontrata tra la persona analizzata e il campione di riferimento ovvero, un soggetto dello stesso sesso di età tra i 25 e i 30 anni che è poi l’ età in cui si raggiunge il picco di massa ossea, bada bene!. Il secondo, molto più sensato, si riferisce al confronto con persone dello stesso sesso e della stessa fascia di età. Ma neanche a dirlo, solitamente il parametro che viene ritenuto più significativo è il T score che diventa pertanto quello che definisce la soglia di normalità da quella di malattia. E così da una certa età in su se ne salvano pochissimi.

Non c’è dubbio che in alcune persone si determini nel corso degli anni (ed è quindi una valutazione sui dati storici che dovrebbe consentire una lettura più significativa della situazione) una progressiva rarefazione della massa ossea. Ma la disinvoltura con cui troppo spesso si crocifiggono molte persone, per lo più donne, all’assunzione di farmaci ma anche “semplici” integratori di calcio uniti a quantità industriali di latticini lascia davvero perplessi. Va ricordato infatti che l’uso massiccio del calcio se da un lato può, in alcuni casi (forse), migliorare alcuni aspetti di una situazione davvero osteoporotica, dall’altra presenta dei risvolti tutt’altro che irrilevanti. Sono infatti diversi i lavori scientifici pubblicati su importanti riviste come British Medical Journal che mostrano come l’impiego del calcio nelle donne in menopausa si correli con una maggiore incidenza di ischemie cardiache e di patologie cardiovascolari, nonchè di calcificazione vascolare.

Il punto della questione allora, almeno dalla prospettiva della persona informata e che tiene ad un rapporto di collaborazione con gli esperti per quanto attiene alla propria salute, è : vale davvero la pena di correre certi rischi assumendo calcio in varie formulazioni come se fosse un integrazione di buon senso che “tanto male non può fare”?

Da quando ho visto ormai diversi anni fa le TAC dell’albero vascolare di mia madre, dove la sezione dei vasi aveva lo stesso colore di quella delle ossa mentre il chirurgo vascolare commentava “ha le pareti dei vasi che sembrano dei gusci d’uovo” (per inciso mia madre è morta di una irrisolvibile problematica vascolare agli arti), non ho più dubbi. No, non vale la pena di correre certi rischi.

Probabilmente come per altre problematiche che originano da squilibri antichi, l’approccio più efficace è quello integrato ovvero un insieme di azioni che protratte nel tempo e con consapevolezza informata, che nel loro complesso sono in grado di prevenire e/o contrastare efficacemente alcuni processi che di solito (e non mi riferisco quindi ai casi davvero fuori fisiologia) sono naturali.

Ricordiamo allora che:

  • il maggiore fattore di rischio per l’osteoporosi è l’inattività fisica! Leggetelo come se fosse sottolineato tre volte!
  • L’azione congiunta di diversi minerali , come si diceva in apertura, fa la differenza (quando presenti tutti gli altri fattori)
  • L’alimentazione ancora una volta rappresenta un fattore di prevenzione di grande efficacia che va curato per tutta lal vita
  • La vitamina D va regolarmente dosata e verificata nel corso delle varie fasi della vita e ripristinata laddove si riscontrino subcarenze peraltro molto diffuse
  • Il costante approvvigionamento di vitamina K, presente in abbondanza in tutte le verdure a foglia verde e negli ortaggi appartenenti alla famiglia delle brassicacee, è un altro aspetto critico nella modulazione del metabolismo delle ossa.
  • Anche il costante approvvigionamento di vitamina C è fondamentale per la normale e regolare sintesi del collagene indispensabile per la salute di tutta la struttura ossea.